Misurare prima di iniziare

Rating ESG · Sostenibilità aziendale

Prima di decidere cosa fare, sarebbe utile capire cosa stiamo già facendo e dove siamo.

Quando si inizia a parlare di sostenibilità in un’azienda, prima o poi arriva sempre la stessa domanda: “Da dove dobbiamo cominciare?”

La tentazione è quella di rispondere con un elenco di cose da fare: il bilancio di sostenibilità, le emissioni, le certificazioni, il welfare, la parità di genere, il codice etico, gli acquisti sostenibili, la formazione, gli obiettivi ambientali.

Tutte cose giuste e legittime ma forse, soprattutto per chi si approccia per la prima volta al tema, potrebbe essere diverso il punto da cui partire.

Prima di decidere cosa fare, infatti, sarebbe utile capire cosa stiamo già facendo e dove siamo, ed è esattamente questo il senso che dovrebbe avere un Rating ESG.

48 organizzazioni
analizzate
60,99 punteggio
medio su 100
61,94 punteggio
mediano
38,48–82,13 intervallo dei
punteggi rilevati

Abbiamo provato ad analizzare i risultati delle aziende che abbiamo valutato e ne è uscita una fotografia interessante.

Considerando le 48 organizzazioni per le quali disponiamo di un punteggio, la media è pari a 60,99 punti su 100, mentre la mediana è di 61,94. Il punteggio più basso è 38,48, quello più alto 82,13.

Numeri che, presi da soli, sono solo numeri e dicono relativamente poco.

Si potrebbe costruire una classifica, individuare chi è sopra la media e chi è sotto, stabilire chi è “più sostenibile” e chi lo è meno. Ma sarebbe probabilmente il modo meno interessante di utilizzare questi dati.

Molte imprese fanno già più sostenibilità di quanto pensano

Quello che vediamo lavorando con le aziende è qualcosa di diverso: molte imprese fanno già molta più sostenibilità di quella che pensano di fare.

Capita spesso che, all’inizio di un percorso, qualcuno ci dica: “Noi di sostenibilità non abbiamo ancora fatto praticamente nulla”.

Poi iniziamo a fare domande.

Avete un impianto fotovoltaico? Sì.

Monitorate i consumi? Sì.

Fate formazione alle persone? Certo.

Avete introdotto iniziative di welfare? Qualcuna.

Gestite e qualificate i fornitori? Sì.

Avete certificazioni ISO? Sì.

Monitorate rifiuti, energia, sicurezza? Sì.

Avete un Codice Etico? Magari sì.

Fate qualcosa per il territorio? Anche.

E allora quel “non facciamo niente” comincia rapidamente a cambiare significato.

Il fatto è che, nella maggior parte dei casi, non è che non venga fatto nulla: tutte queste attività spesso vivono separate tra loro, non hanno una logica di strategia e, altrettanto spesso, non vengono riconosciute come azioni di sostenibilità.

L’ambiente viene gestito da una funzione, le persone da un’altra, la sicurezza da un’altra ancora, le certificazioni hanno i propri sistemi, l’amministrazione raccoglie alcuni dati, la direzione prende decisioni, il commerciale risponde ai questionari ESG dei clienti e magari nessuno ha mai messo tutto insieme.

La sostenibilità esiste, ma spesso è sparsa per l’azienda.

Il Rating ESG non come pagella, ma come fotografia

È in questo contesto che il Rating ESG comincia ad avere senso soprattutto se lo vediamo non come una pagella, ma come una fotografia.

La parola “rating” porta inevitabilmente con sé l’idea del voto: se prendo 75 sono bravo, se prendo 50 un po’ meno e se arrivo a 80 sono più sostenibile di chi ha preso 65.

È comprensibile, ma rischia di essere una lettura troppo semplice.

Per noi il Rating ESG dovrebbe servire soprattutto a fotografare l’organizzazione in un determinato momento: non per giudicarla, ma per permetterle di guardarsi.

Cosa emerge dalle aziende analizzate

Nel nostro campione, tra le organizzazioni per cui è disponibile anche la classificazione secondo la scala adottata, ovvero la classificazione MSCI, troviamo:

23 Classe A organizzazioni analizzate
13 Classe AA organizzazioni analizzate
8 Classe BBB organizzazioni analizzate

La concentrazione nelle fasce intermedie e medio-alte ci dice una cosa importante: non stiamo osservando prevalentemente aziende che devono iniziare da zero.

Sono aziende che hanno già costruito pezzi importanti del proprio percorso, ma che spesso devono ancora collegarli tra loro.

È una differenza tutt’altro che secondaria.

Significa che il primo lavoro da fare non è necessariamente inventarsi nuove iniziative ESG.

Molto spesso bisogna prima riconoscere, organizzare, misurare e valorizzare quelle che esistono già.

Fare sostenibilità non significa ancora avere una strategia

Un’azienda può aver ridotto i propri consumi energetici senza aver mai inserito quell’attività all’interno di una strategia ambientale.

Può investire ogni anno nella formazione senza aver definito un indicatore relativo allo sviluppo delle competenze.

Può avere ottimi rapporti con il territorio senza considerarli parte della propria dimensione sociale.

Può selezionare con grande attenzione i fornitori senza aver formalizzato criteri ESG nella propria supply chain.

Può, insomma, fare sostenibilità senza averla ancora trasformata in una strategia di sostenibilità.

Ed il numero che esce dal rating serve soprattutto a far nascere domande.

Il valore non è solo nel punteggio

La parte più interessante di un Rating ESG, quindi, non è necessariamente quella finale, quando compare il punteggio, ma quello che succede mentre lo stiamo costruendo.

Perché cominciano ad arrivare domande e consapevolezze interne.

È in quel momento che il rating smette di essere un questionario e comincia a diventare qualcosa di più interessante: uno strumento di consapevolezza aziendale.

Costringe l’organizzazione a guardare contemporaneamente alle tre dimensioni ESG: ambiente, persone e governance e soprattutto la accompagna a metterle in relazione.

La sostenibilità è la capacità di mettere insieme gli elementi e capire come influenzano il modo in cui l’azienda crea valore, prende decisioni e costruisce il proprio futuro.

Perché la sostenibilità non è avere il fotovoltaico, non è fare welfare, non è avere una ISO 14001, non è pubblicare un bilancio di sostenibilità e non è nemmeno avere un buon Rating ESG, nonostante siano tutte cose importantissime.

E una volta che ho fatto il rating?

È qui che, secondo noi, arriva la parte più importante: non tutte le imprese devono fare le stesse cose.

La sostenibilità di un’azienda manifatturiera non può essere costruita nello stesso modo di quella di uno studio professionale.

Un’impresa energivora avrà priorità diverse rispetto a una società di servizi. Un’azienda con una supply chain internazionale avrà problematiche differenti rispetto a un’impresa che lavora prevalentemente sul territorio.

Il Rating ESG dovrebbe aiutare proprio a fare questa selezione: non a riempire l’agenda di iniziative, ma a capire quali sono quelle che contano davvero e aiutare a generare una roadmap.

01
Individuare le azioni immediate e a basso costo.
02
Capire quali interventi richiedono investimenti.
03
Riconoscere i dati che già esistono ma che nessuno raccoglie in maniera strutturata.
04
Definire eventuali nuove procedure, responsabilità e obiettivi.
05
Stabilire cosa è davvero prioritario per la propria organizzazione.

E magari alcune cose che pensavamo fosse indispensabile fare scopriremo che, per la nostra organizzazione, non sono affatto prioritarie.

Anche questo è sostenibilità.

Il rating come punto zero

Per questo ci piace pensare al Rating ESG non come a un punto di arrivo, ma come a un punto zero.

Una fotografia iniziale da conservare: oggi siamo qui, tra dodici mesi rifacciamo la fotografia.

Non semplicemente per vedere se siamo passati da 62 a 68, ma per capire che cosa è successo in quei sei punti.

  • Abbiamo ridotto un impatto?
  • Abbiamo migliorato un processo?
  • Abbiamo introdotto un sistema di misurazione?
  • Abbiamo coinvolto maggiormente le persone?
  • Abbiamo reso più responsabile la nostra catena di fornitura?
  • Abbiamo migliorato la governance?
  • Abbiamo trasformato qualche buona intenzione in un obiettivo misurabile?

Se è successo questo, allora il rating ha fatto il proprio lavoro. Se invece abbiamo semplicemente trovato il modo di guadagnare qualche punto, probabilmente no.

Prima capire dove siamo. Poi decidere dove andare.

Ed è forse questa la considerazione più interessante che emerge guardando i risultati delle aziende analizzate.

Una media di circa 61 punti su 100 non racconta un gruppo di imprese ferme al punto di partenza.

Racconta aziende che, in molti casi, sono già dentro la sostenibilità, anche se con livelli diversi di struttura, misurazione e consapevolezza.

Il passo successivo è trasformare ciò che esiste in un percorso: mettere ordine, stabilire priorità, misurare, decidere dove andare e poi tornare a misurare.

Il valore di un Rating ESG non sta nel poter dire: “abbiamo preso 70”.

Sta nel poter dire: adesso sappiamo dove siamo, sappiamo perché siamo qui e abbiamo deciso dove vogliamo andare.

Da questa consapevolezza, molto più che da qualsiasi punteggio, comincia davvero un percorso ESG.

Rating ESG

Prima di scegliere cosa migliorare, scopri da dove stai partendo.

Il Rating ESG può essere il punto zero da cui leggere ciò che la tua organizzazione sta già facendo, individuare le priorità e costruire un percorso coerente.

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